Haemophilus influenzae è un batterio Gram-negativo a forma di coccobacillo, esclusivo dell’essere umano, che colonizza le vie respiratorie superiori e può provocare infezioni sia invasive che non invasive infezione batterica. Appartiene alla famiglia delle Pasteurellaceae e presenta esigenze nutrizionali particolari, richiedendo i fattori di crescita X (emina) e V (NAD) per svilupparsi in laboratorio, motivo per cui viene coltivato su agar al cioccolato coltura batterica. La sua patogenicità è fortemente influenzata dalla presenza di una capsula polisaccaridica, con il sierotipo b (Hib) storicamente responsabile delle forme invasive più gravi, come Meningite, epiglottite e batteriemia, soprattutto nei bambini sotto i 5 anni età pediatrica. L’introduzione del vaccino coniugato anti-Hib nei programmi di vaccinazione infantile a partire dagli anni ’90 ha determinato una drastica riduzione delle infezioni invasive in tutto il mondo [1], anche se persistono casi legati a sierotipi non b e a ceppi non tipabili (NTHi), spesso associati a infezioni respiratorie croniche come otite media e BPCO esacerbazione della BPCO. La diagnosi si basa su coltura, test di sensibilità e tecniche molecolari come la PCR, mentre il trattamento prevede antibiotici come ceftriaxone o amoxicillina-acido clavulanico, con crescente attenzione alla resistenza agli antibiotici [2]. La sorveglianza epidemiologica globale, coordinata da organismi come OMS e CDC, è fondamentale per monitorare l’evoluzione dei ceppi e l’impatto dei vaccini [3].
Caratteristiche microbiologiche e classificazione
Haemophilus influenzae è un batterio Gram-negativo appartenente alla famiglia delle Pasteurellaceae, caratterizzato da una morfologia coccobacillare, ovvero una forma intermedia tra i cocchi e i bacilli, con dimensioni che variano da 0,3 a 0,5 μm di larghezza e da 0,5 a 3,0 μm di lunghezza [4]. È un patogeno esclusivo dell’essere umano, non riscontrabile in altri animali, e colonizza in modo asintomatico le vie respiratorie superiori in circa il 75% degli individui sani, fungendo da serbatoio per la trasmissione [5]. La sua patogenicità, tuttavia, può manifestarsi in infezioni sia invasive che non invasive, a seconda del sierotipo e dello stato immunitario dell’ospite [6].
Morfologia e classificazione
Il batterio è classificato come un cocco-bacillo Gram-negativo, non mobile e facoltativamente anaerobio, capace di sopravvivere sia in presenza che in assenza di ossigeno [7]. Il suo genoma, lungo circa 1,9 megabasi, è stato uno dei primi a essere completamente sequenziato, nel 1995, segnando un importante traguardo nella genomica batterica [6]. Questa caratteristica lo rende un modello di studio fondamentale per comprendere l’evoluzione e la variabilità genetica dei patogeni umani.
Esigenze nutrizionali e coltura
Haemophilus influenzae è noto per la sua elevata fastidiosità, ovvero la necessità di fattori di crescita specifici per svilupparsi in laboratorio. In particolare, richiede due cofattori essenziali: il fattore X (emina o eme), necessario per la sintesi dei citocromi e delle catalasi, e il fattore V (NAD, nicotinamide adenina dinucleotide), coinvolto nelle reazioni redox cellulari [9]. L’assenza di questi fattori nei comuni terreni di coltura rende indispensabile l’uso di mezzi arricchiti, come l’agar al cioccolato, ottenuto riscaldando il sangue che libera eme e NAD [10]. La crescita ottimale avviene a una temperatura di 35–37 °C in un’atmosfera arricchita in CO₂ [5].
Un fenomeno distintivo in laboratorio è il satellitismo: quando coltivato su agar al sangue accanto a colonie di Staphylococcus aureus, H. influenzae cresce solo nelle immediate vicinanze, formando colonie più piccole man mano che ci si allontana dallo stafilococco. Questo accade perché S. aureus libera NAD (fattore V) durante l’emolisi, rendendolo disponibile per H. influenzae [12]. Questo test è cruciale per la sua identificazione differenziale rispetto ad altri bacilli Gram-negativi delle vie respiratorie, come Moraxella catarrhalis [13].
Sierotipizzazione e virulenza
La classificazione di H. influenzae si basa sulla presenza e sulla composizione della capsula polisaccaridica. Sono stati identificati sei sierotipi capsulati, designati dalle lettere a a f. Il sierotipo b (Hib), caratterizzato da una capsula di poliribosil-ribitolo-fosfato (PRP), è storicamente il più virulente, responsabile della stragrande maggioranza delle infezioni invasive gravi, come Meningite, batteriemia e epiglottite, soprattutto nei bambini al di sotto dei 5 anni [14]. La capsula conferisce un potente vantaggio evasivo al sistema immunitario, proteggendo il batterio dalla fagocitosi e dalla lisi mediata dal complemento [15].
Al contrario, le sottopopolazioni di H. influenzae che non possiedono una capsula definita sono definite non tipabili (NTHi, nontypeable H. influenzae). Queste sierotipizzazioni negative sono più frequentemente associate a infezioni respiratorie non invasive, come otite media, sinusite e esacerbazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) [16]. La mancanza di capsula le rende meno invasive, ma le dotate di sofisticati meccanismi di adesione, come le adesine P2, P5 e Hap, che le permettono di colonizzare stabilmente le mucose respiratorie e di formare biofilm, rendendole resistenti alle terapie e alle difese immunitarie [17].
Identificazione in laboratorio
L’identificazione di H. influenzae in laboratorio si basa su una combinazione di metodi. La colorazione di Gram rivela i caratteristici coccobacilli Gram-negativi. La conferma avviene con il test della dipendenza dai fattori X e V, in cui la crescita del batterio avviene solo in presenza di entrambi i fattori. Tecniche moderne come la spettrometria di massa MALDI-TOF hanno rivoluzionato l’identificazione, permettendo un riconoscimento rapido e preciso a partire da colonie pure, confrontando il profilo proteico con database di riferimento [18]. Per il tipaggio capsulare, si utilizzano metodi tradizionali come la sieroprecipitazione su vetrino (SAST) con antisieri specifici, oppure tecniche molecolari più sensibili come la PCR, che amplifica geni specifici del locus della capsula (cap) per identificare i sierotipi a-f o confermare lo stato non tipabile [19].
Sierotipi e patogenicità: Hib vs ceppi non tipabili (NTHi)
Haemophilus influenzae presenta una notevole eterogeneità in termini di patogenicità, strettamente legata alla presenza o assenza di una capsula polisaccaridica. Questa caratteristica morfologica definisce due gruppi principali di ceppi: quelli capsulati, classificabili in sei sierotipi (a-f), e quelli non capsulati, noti come ceppi non tipabili (NTHi, nontypeable H. influenzae). Tale distinzione è fondamentale per comprendere il profilo clinico, epidemiologico e preventivo delle infezioni causate da questo batterio malattia infettiva.
Sierotipi capsulati: il ruolo predominante di Hib
I ceppi capsulati di H. influenzae sono classificati in sei sierotipi distinti (a, b, c, d, e, f) in base alla composizione chimica della loro capsula polisaccaridica. Tra questi, il sierotipo b (Hib) si distingue per la sua elevata virulenza ed è storicamente responsabile della stragrande maggioranza delle infezioni invasive gravi, in particolare nei bambini al di sotto dei 5 anni età pediatrica. La capsula di Hib è composta da polyribosyl-ribitol-phosphate (PRP), un antigene che conferisce al batterio una notevole capacità di eludere il sistema immunitario innato immunità innata. Questa struttura protegge il batterio dalla fagocitosi e dall'attivazione della via del complemento, permettendogli di sopravvivere e moltiplicarsi nel sangue, causando infezioni sistemiche batteriemia, Meningite, epiglottite e artrite settica [16]. Prima dell'introduzione del vaccino, Hib era la principale causa di meningite batterica nei bambini e presentava un tasso di letalità del 2-4%, con un alto rischio di gravi sequele neurologiche come sordità o deficit cognitivi nei sopravvissuti [21]. Gli altri sierotipi capsulati (a, c, d, e, f) sono molto meno comuni e in genere meno virulenti, causando occasionalmente infezioni invasive, soprattutto in soggetti anziani o immunodepressi immunodepressione.
Ceppi non tipabili (NTHi): patogeni delle infezioni croniche e ricorrenti
I ceppi non tipabili (NTHi) sono privi di una capsula polisaccaridica riconoscibile o ne possiedono una non immunogenica, il che li rende impossibili da classificare con i metodi sierologici tradizionali. A differenza di Hib, NTHi non possiede la stessa capacità di diffondersi nel torrente ematico e causare malattie invasive, poiché la mancanza di capsula lo rende vulnerabile alla fagocitosi e al complemento. Tuttavia, NTHi ha sviluppato sofisticati meccanismi di adesione e di evasioni immunitarie adattati alle mucose respiratorie apparato respiratorio. Esprime diverse adesine di superficie (come P2, P5, Hap) che gli permettono di legarsi saldamente alle cellule epiteliali del nasofaringe, facilitando una colonizzazione persistente e spesso asintomatica [16]. Questa colonizzazione è un fattore di rischio per lo sviluppo di infezioni localizzate e croniche, in particolare in soggetti con patologie preesistenti.
Differenze nella patogenicità e nelle manifestazioni cliniche
La differenza fondamentale tra Hib e NTHi si riflette chiaramente nei loro profili clinici. Hib è un agente di infezioni invasive potenzialmente letali, grazie alla sua capsula che gli consente di resistere alle difese immunitarie sistemiche. Le sue infezioni sono tipicamente acute e gravi, richiedendo un trattamento antibiotico d'urgenza terapia antibiotica. Al contrario, NTHi è un patogeno delle infezioni muco-superficiali, eccellente nell'instaurare colonizzazioni persistenti e causare infezioni croniche o ricorrenti. È una delle principali cause di otite media acuta e sinusite nei bambini, e gioca un ruolo cruciale nelle esacerbazioni della BPCO e nella pneumonia comunitaria negli adulti, specialmente in quelli anziani o con malattie polmonari croniche esacerbazione della BPCO [14]. NTHi può anche formare biofilm sulle superfici mucose, che lo proteggono dagli antibiotici e dalle risposte immunitarie, contribuendo alla cronicità delle infezioni e alla loro recidiva anche dopo un trattamento apparentemente efficace.
Evoluzione epidemiologica post-vaccinale
L'introduzione del vaccino coniugato anti-Hib nei programmi di immunizzazione infantile a partire dagli anni '90 ha avuto un impatto devastante sull'incidenza delle infezioni invasive a Hib, riducendole di oltre il 99% nei paesi con alta copertura vaccinale [24]. Tuttavia, questo successo ha portato a un significativo cambiamento epidemiologico: mentre Hib è diventato raro, la proporzione relativa di infezioni causate da sierotipi non-b e, soprattutto, da ceppi NTHi è aumentata in modo considerevole. Il vaccino anti-Hib è altamente efficace contro le infezioni da Hib, ma non offre alcuna protezione contro gli altri sierotipi o contro NTHi [25]. Di conseguenza, NTHi è emerso come il principale isolato clinico di H. influenzae, rappresentando ormai la maggioranza dei casi di infezione, sia invasivi che non invasivi. Questo cambiamento ha spostato l'attenzione della ricerca verso lo sviluppo di nuovi vaccini mirati a proteine di superficie conservate in tutti i ceppi, in particolare in NTHi, per affrontare questa nuova sfida epidemiologica [26].
Trasmissione e fattori di rischio
Haemophilus influenzae si trasmette principalmente per via aerea, attraverso le goccioline respiratorie emesse durante la tosse, gli starnuti o il parlato da individui infetti o portatori asintomatici infezione batterica. Il contatto ravvicinato e prolungato, frequente in ambienti domestici o collettivi come asili nido e scuole materne, favorisce notevolmente la diffusione del batterio epidemiologia. La trasmissione avviene in particolare quando le goccioline contenenti il microrganismo vengono inalate o entrano in contatto con le mucose del nasofaringe di un soggetto suscettibile. Il batterio colonizza esclusivamente l’essere umano, rendendo la popolazione il principale serbatoio naturale ecologia microbica.
Fattori di rischio per infezioni invasive
I soggetti più a rischio di sviluppare infezioni invasive a Haemophilus influenzae, in particolare da sierotipo b (Hib), sono i bambini al di sotto dei 5 anni di età, con un picco di incidenza tra i 6 e i 12 mesi età pediatrica. Questo gruppo è particolarmente vulnerabile a causa della maturità immunitaria incompleta e della scomparsa degli anticorpi materni protettivi. I bambini non vaccinati o vaccinati in modo incompleto rappresentano una popolazione ad alto rischio, poiché la vaccinazione è il principale fattore protettivo contro le forme invasive vaccinazione pediatrica. Ritardi nel completamento del calendario vaccinale o difficoltà di accesso alle cure possono compromettere la protezione individuale e collettiva disparità sanitarie.
Altri gruppi a rischio includono persone immunocompromesse, come soggetti affetti da deficit congeniti degli anticorpi, asplenia, drépanocytosi o malattie croniche come la BPCO o la mucoviscidosi malattia cronica. Queste condizioni riducono la capacità dell’organismo di contrastare l’invasione batterica, aumentando la suscettibilità a infezioni gravi come Meningite, batteriemia o pneumonia invasive. Inoltre, individui con comorbidità respiratorie cronica sono più esposti a infezioni da ceppi non tipabili (NTHi), che possono causare esacerbazioni acute e complicanze sistemiche esacerbazione della BPCO. Alcune popolazioni specifiche, come i bambini indigeni dell’America del Nord, hanno storicamente mostrato tassi più elevati di malattia invasiva da Hib, giustificando raccomandazioni vaccinali rafforzate in questi gruppi salute pubblica.
Ruolo del portatore asintomatico
Il portatore asintomatico riveste un ruolo fondamentale nella dinamica della trasmissione. Circa il 1–5% della popolazione generale è portatore nasofaringeo di H. influenzae, con percentuali che possono superare il 50% nei bambini in età prescolare, specialmente in contesti collettivi [27]. Nei bambini non vaccinati, il sierotipo b (Hib) è spesso implicato nel portaggio, mentre nei soggetti vaccinati prevalgono i ceppi non tipabili (NTHi). I portatori, pur non manifestando sintomi, possono trasmettere attivamente il batterio ad altri soggetti suscettibili, contribuendo alla circolazione endemica del patogeno. La vaccinazione anti-Hib ha ridotto significativamente il portaggio di Hib, determinando un effetto indiretto di protezione di gruppo (effetto gregge), che limita la trasmissione anche nei soggetti non vaccinati immunità di gregge. Tuttavia, l’assenza di un vaccino efficace contro i ceppi NTHi limita l’impatto su questo sottogruppo, il cui portaggio rimane elevato e rappresenta una fonte continua di infezioni respiratorie croniche e occasionalmente invasive infezione respiratoria.
Fattori ambientali e socio-economici
Condizioni di promiscuità, precarietà abitativa e sovraffollamento sono fattori ambientali che aumentano il rischio di trasmissione, facilitando il contatto ravvicinato e prolungato tra portatori e soggetti suscettibili determinanti sociali della salute. Le barriere socio-economiche, come la mancanza di accesso ai servizi sanitari, la bassa alfabetizzazione sanitaria e l’esitazione vaccinale, possono compromettere la copertura vaccinale e aumentare la vulnerabilità delle comunità. In contesti a basso reddito, dove i sistemi sanitari sono fragili, le interruzioni nei programmi di vaccinazione, come quelle verificatesi durante la pandemia di COVID-19, hanno portato a un aumento del rischio di recrudescenza delle infezioni da Hib sistema sanitario. La sorveglianza epidemiologica globale, coordinata da organismi come l’OMS e i CDC, è essenziale per monitorare le tendenze nei tassi di malattia e nei fattori di rischio, guidando le strategie di prevenzione e intervento in contesti diversi [28].
Infezioni invasive e manifestazioni cliniche
Le infezioni invasive da Haemophilus influenzae si verificano quando il batterio penetra in siti normalmente sterili dell’organismo, come il sangue, il liquido cerebrospinale (LCR), le articolazioni o le meningi, causando malattie potenzialmente gravi e talvolta letali. Queste forme sono storicamente associate al sierotipo b (Hib), che possiede una capsula polisaccaridica composta da polyribosyl-ribitol phosphate (PRP), fondamentale per la sua capacità di eludere il sistema immunitario e di diffondersi sistemicamente [16]. Prima dell’introduzione del vaccino coniugato anti-Hib, queste infezioni erano una causa principale di morbilità e mortalità nei bambini sotto i 5 anni, con un’incidenza massima tra i 6 e i 12 mesi di età [30]. La vaccinazione ha drasticamente ridotto la circolazione di Hib, ma le infezioni invasive persistono, spesso causate da sierotipi non b (a, c, d, e, f) o da ceppi non tipabili (NTHi), specialmente in popolazioni vulnerabili [3].
Manifestazioni cliniche principali
Le infezioni invasive si presentano con segni generali di infezione sistemica, come febbre alta, irritabilità, letargia e alterazione dello stato generale, particolarmente nei neonati e nei bambini piccoli. La gravità e l’evoluzione rapida richiedono un riconoscimento precoce e un trattamento immediato. Le forme cliniche più comuni includono:
Meningite
La meningite da Hib era la forma più frequente di infezione invasiva prima della vaccinazione. Colpisce principalmente i bambini tra i 6 mesi e i 4 anni. Nei neonati, i sintomi possono essere aspecifici, come fontanella bombata, ipotonia, crisi di pianto e convulsioni [32]. Nei bambini più grandi, si manifesta con cefalea intensa, vomito in proiettile, rigidità nucale, fotofobia e alterazione della coscienza [33]. La meningite può causare complicanze neurologiche gravi, come sordità, deficit cognitivi, epilessia o idrocefalia post-meningitica, con una letalità stimata tra il 2 e il 4% anche con trattamento appropriato [30]. La diagnosi si basa sull’analisi del LCR, dove si riscontra pleiocitosi, iperproteinorachia e ipoglicorachia, e sulla conferma microbiologica con coltura o PCR [35].
Epiglottite
L’epiglottite è un’emergenza vitale caratterizzata da un rapido gonfiore dell’epiglottide, che può causare ostruzione delle vie aeree. È tipicamente associata a Hib e colpisce soprattutto bambini tra i 2 e i 5 anni. I sintomi includono febbre alta, disfagia dolorosa con abbondante salivazione, disfonia ("voce da ubriaco"), stridore inspiratorio e distress respiratorio. I pazienti spesso assumono una posizione caratteristica, seduti in avanti con la testa protesa e la bocca aperta ("tripod position") [36]. La manipolazione del faringe deve essere evitata per non provocare un’ostruzione completa. La diagnosi è clinica e la gestione richiede intubazione immediata in ambiente controllato [37].
Batteriemia e sepsi
La batteriemia indica la presenza di batteri nel sangue ed è spesso associata ad altre infezioni invasive come meningite o pneumonite. Può manifestarsi con febbre alta, brividi, ipotensione, tachicardia e segni di shock settico [38]. In assenza di trattamento, può evolvere in sepsi grave con insufficienza multiorgano. L’isolamento del batterio dall’emocoltura conferma la diagnosi. La batteriemia da Hib è particolarmente pericolosa nei bambini non vaccinati o immunocompromessi [39].
Pneumonia
La pneumonie invasiva da Hib può verificarsi in forma isolata o in associazione con batteriemia. È più comune nei bambini piccoli e nei pazienti con malattie polmonari croniche. I sintomi includono febbre, tosse persistente, tachipnea e tiraggio intercostale. All’auscultazione si possono riscontrare crepitii o riduzione del murmure vescicolare. La radiografia toracica mostra spesso una consolidazione lobare, talvolta con versamento pleurico [40]. Anche i ceppi non tipabili (NTHi) possono causare pneumonie, specialmente negli adulti anziani o nei pazienti con BPCO [41].
Altre forme invasive
Oltre alle forme principali, H. influenzae può causare altre infezioni invasive meno comuni ma potenzialmente gravi:
- Artrite settica: Infezione acuta delle articolazioni, spesso secondaria a batteriemia. Provoca dolore, gonfiore e impotenza funzionale, soprattutto nei bambini piccoli [39].
- Cellulite facciale: Infezione dei tessuti molli del viso, in particolare intorno agli occhi, frequente nei bambini sotto i 2 anni [43].
- Pericardite: Rara complicanza, può verificarsi in seguito a diffusione ematica del batterio [18].
Popolazioni a rischio
Nonostante la vaccinazione, alcune popolazioni rimangono a rischio di infezioni invasive. I principali gruppi vulnerabili includono:
- Bambini non vaccinati o parzialmente vaccinati, specialmente quelli tra i 3 e i 18 mesi [45].
- Persone immunocompromesse, come pazienti con deficit anticorpali, splenectomizzati o con drépanocytose [46].
- Anziani e pazienti con malattie croniche, in particolare quelli affetti da BPCO, dove i ceppi NTHi possono causare infezioni invasive [14].
- Popolazioni con accesso limitato ai vaccini, specialmente in paesi a basso reddito, dove la copertura vaccinale rimane insufficiente [48].
Complicanze e follow-up
Le complicanze delle infezioni invasive, in particolare della meningite, possono essere durature. Fino al 30% dei sopravvissuti può sviluppare sequele neurologiche, tra cui sordità (nel 10-30% dei casi), deficit cognitivi, disturbi dell’apprendimento e epilessia [49]. Il follow-up raccomandato include valutazione audiologica precoce, monitoraggio dello sviluppo neurologico e psicomotorio, imaging cerebrale se necessario e supporto psicosociale per la famiglia [50]. La prevenzione secondaria include la verifica dello stato vaccinale e, in alcuni casi, la profilassi antibiotica con rifampicina per i contatti stretti [51].
Infezioni non invasive e ruolo nei pazienti cronici
Haemophilus influenzae non tipabile (NTHi) è un patogeno respiratorio di crescente rilevanza clinica, responsabile di numerose infezioni non invasive che colpiscono soprattutto le vie respiratorie superiori e inferiori. A differenza dei ceppi capsulati, in particolare il sierotipo b (Hib), che sono associati a malattie invasive gravi, i ceppi non tipabili (NTHi) sono privi di capsula polisaccaridica e si specializzano nella colonizzazione locale delle mucose, causando infezioni croniche o ricorrenti, soprattutto in soggetti con patologie preesistenti malattia cronica. Queste infezioni, sebbene meno gravi delle forme invasive, hanno un impatto significativo sulla qualità della vita e sui costi sanitari, in particolare nei pazienti con BPCO e altre condizioni respiratorie croniche [16].
Colonizzazione delle vie respiratorie e infezioni localizzate
NTHi colonizza frequentemente il nasofaringe, specialmente nei primi anni di vita, con tassi di portatore che possono superare il 50% nei bambini in età prescolare [27]. Questa colonizzazione, spesso asintomatica, costituisce un serbatoio importante per la trasmissione del batterio attraverso goccioline respiratorie. Tuttavia, in soggetti predisposti, NTHi può passare da uno stato di commensalismo a uno stato patogeno, causando infezioni localizzate. Le principali infezioni non invasive associate a NTHi includono l’otite media acuta, una delle cause batteriche più comuni di infezione dell’orecchio medio nei bambini, e la sinusite acuta, spesso secondaria a infezioni virali delle alte vie respiratorie [38]. La capacità di NTHi di aderire all’epitelio respiratorio è mediata da diverse adesine, come le proteine P2, P5, Hia e Hap, che facilitano l’ancoraggio del batterio alle cellule ospiti e la formazione di biofilm, aumentando la resistenza alle difese immunitarie e agli antibiotici [55].
Esacerbazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)
Uno dei ruoli più significativi di NTHi è nella patogenesi delle esacerbazioni acute della broncopneumopatia cronica ostruttiva. Studi microbiologici hanno dimostrato che NTHi è un agente eziologico frequente delle esacerbazioni batteriche, specialmente in pazienti con BPCO moderata o grave [7]. La colonizzazione persistente delle vie aeree da parte di NTHi è comune nei pazienti con BPCO e può precedere o accompagnare un episodio di esacerbazione. Il meccanismo coinvolge l’adesione del batterio all’epitelio bronchiale danneggiato, l’induzione di una risposta infiammatoria locale e la produzione di enzimi come la proteasi e i lipooligosaccaridi (LOS), che contribuiscono al danno tissutale e alla progressione della malattia [14]. L’infezione da NTHi non solo causa un peggioramento acuto della funzione respiratoria, ma è anche associata a una maggiore frequenza di esacerbazioni, un declino più rapido della funzionalità polmonare e un aumento della mortalità a lungo termine. L’uso di antibiotici come amoxicillina-acido clavulanico o ceftriaxone è spesso necessario per trattare queste esacerbazioni, sebbene la crescente resistenza agli antibiotici rappresenti una sfida terapeutica [2].
Pneumonia e altre infezioni respiratorie nei soggetti vulnerabili
Sebbene meno comune rispetto ad altri patogeni, NTHi può causare pneumonia comunitaria, in particolare negli adulti anziani, nei pazienti immunocompromessi e nei bambini. Studi condotti in paesi in via di sviluppo, come il Vietnam, hanno rilevato un’elevata prevalenza di NTHi nei campioni di bambini vaccinati affetti da polmonite, suggerendo un ruolo emergente del batterio in queste popolazioni [59]. Inoltre, NTHi è stato implicato in infezioni polmonari nei pazienti con mucoviscidosi, una condizione caratterizzata da un’alterata clearance mucociliare che favorisce la colonizzazione batterica persistente. La presenza di NTHi in queste infezioni croniche contribuisce a un ciclo di infiammazione e danno tissutale, complicando la gestione clinica della malattia di base [60].
Evoluzione epidemiologica e sfide terapeutiche
L’introduzione del vaccino coniugato anti-Hib ha avuto un impatto trasformativo, riducendo drasticamente le infezioni invasive da Hib in tutto il mondo. Tuttavia, questo successo ha portato a un cambiamento epidemiologico significativo: con la scomparsa di Hib come patogeno dominante, i ceppi non tipabili (NTHi) sono emersi come i principali responsabili delle infezioni da H. influenzae [61]. Oggi, NTHi rappresenta la maggior parte degli isolati clinici, sia in infezioni invasive che non invasive, specialmente nei paesi ad alto reddito con elevata copertura vaccinale. Questa transizione ha reso NTHi un obiettivo prioritario per la ricerca, in particolare per lo sviluppo di nuovi vaccini che mirino a proteine di superficie conservate, come la P6 o OMP26, in grado di offrire una protezione trasversale contro i diversi ceppi [62]. Parallelamente, la crescente resistenza agli antibiotici, in particolare all’ampicillina e all’amoxicillina dovuta alla produzione di β-lattamasi, complica il trattamento empirico delle infezioni respiratorie gravi [63]. La sorveglianza epidemiologica globale, coordinata da organismi come l’OMS e l’ECDC, è fondamentale per monitorare l’evoluzione dei ceppi e guidare le strategie di prevenzione e trattamento [3].
Diagnosi microbiologica e tecniche molecolari
La diagnosi di infezione da Haemophilus influenzae si basa su una combinazione di metodi tradizionali di coltura e tecniche molecolari avanzate, che permettono l’identificazione precisa del microrganismo, il suo tipaggio capsulare e una risposta rapida in contesti clinici critici. L’isolamento e l’identificazione corretta sono fondamentali per guidare il trattamento antibiotico e la sorveglianza epidemiologica, soprattutto in caso di infezioni invasive. coltura batterica
Isolamento e identificazione microbiologica
L’isolamento di H. influenzae richiede l’utilizzo di terreni di coltura specifici a causa delle sue esigenze nutrizionali particolari. Il microrganismo è infatti fastidioso e dipende da due fattori di crescita essenziali: il fattore X (emina), necessario per la sintesi dei citocromi, e il fattore V (NAD), un coenzima coinvolto nelle reazioni di ossidoriduzione. Il mezzo di coltura di elezione è l’agar al cioccolato, ottenuto riscaldando il sangue, il quale rilascia questi fattori, permettendo la crescita del batterio [9]. L’incubazione avviene a 35–37 °C in un’atmosfera arricchita di CO₂ per 18–24 ore [5].
Le colonie di H. influenzae appaiono lisce, grigie e traslucide, con un diametro di 1–2 mm. Un fenomeno diagnostico utile in laboratorio è il satellitismo: attorno a una colonia di Staphylococcus aureus su agar al sangue, H. influenzae può crescere in modo progressivamente più abbondante verso la colonia stafilococcica, che rilascia il fattore V tramite emolisi. Questo fenomeno conferma la dipendenza dal fattore V [12].
L’identificazione si basa su diversi criteri:
- Colorazione di Gram: rivela coccobacilli Gram-negativi.
- Test dei fattori X e V: la crescita solo in presenza di entrambi i fattori conferma l’identità del microrganismo.
- Metodi biochimici rapidi: come la rilevazione di attività uréasica, indolica o della decarbossilasi dell’ornitina.
- Spettrometria di massa MALDI-TOF: tecnica moderna che consente un’identificazione rapida e affidabile a partire da colonie pure, confrontando il profilo proteico con database di riferimento [18]. colorazione di Gram, spettrometria di massa
Tipaggio capsulare e sierotipi
Il tipaggio capsulare è essenziale per distinguere le souches encapsulate, responsabili di infezioni invasive, da quelle non tipabili (NTHi). Esistono sei sierotipi capsulari (a–f), con il sierotipo b (Hib) storicamente associato alle forme più gravi, come Meningite e epiglottite [69].
I metodi principali per il tipaggio sono:
- Sieroagglutinazione su vetrino (SAST): utilizza antisieri specifici contro i polisaccaridi capsulari. È rapido ed economico, ma può avere sensibilità limitata in caso di bassa espressione della capsula [19].
- PCR per il tipaggio molecolare: si basa sull’amplificazione di geni specifici del locus della capsula (cap), permettendo di identificare i sei sierotipi e le souches non encapsulate. La PCR multiplex consente la differenziazione simultanea, con maggiore sensibilità rispetto alla sierotipizzazione tradizionale [71]. PCR, genetica
Ruolo delle tecniche molecolari nella diagnosi rapida
Le tecniche molecolari, in particolare la PCR in tempo reale, hanno rivoluzionato la diagnosi delle infezioni invasive da H. influenzae. Questa metodica permette la rilevazione diretta del DNA batterico in campioni clinici sterili come il liquido cefalorachidiano (LCR) e il sangue, anche in assenza di crescita batterica, ad esempio in caso di terapia antibiotica precoce [72].
I vantaggi della PCR includono:
- Rapidità: risultati disponibili in 24–48 ore.
- Alta sensibilità e specificità, con una gamma di rilevazione lineare da 1 a 10⁶ microrganismi per reazione [73].
- Capacità di rilevare ceppi con mutazioni o riarrangiamenti del locus capsulare non identificabili con la sierotipizzazione.
- Integrazione in algoritmi diagnostici per le meningiti batteriche, spesso in combinazione con test per Streptococcus pneumoniae e Neisseria meningitidis [35].
Inoltre, il sequenziamento del genoma intero (WGS) consente il tipaggio in silico e l’analisi della diversità genetica, fondamentale per la sorveglianza epidemiologica e l’identificazione di varianti emergenti [75]. sequenziamento del genoma
Criteri diagnostici per infezioni invasive
La conferma di un’infezione invasiva richiede l’isolamento di H. influenzae da un sito normalmente sterile, come il sangue (emocoltura positiva) o il LCR (in caso di meningite), in associazione a segni clinici compatibili [18]. Tuttavia, la PCR è considerata un criterio diagnostico complementare fondamentale, specialmente quando la coltura è negativa. È essenziale interpretare i risultati molecolari in contesto clinico, poiché falsi positivi possono verificarsi con pannelli sindromici multiplex a causa di contaminazioni crociate o materiali batterici residui [77]. diagnosi clinica
In sintesi, la diagnosi microbiologica si avvale di un approccio integrato che combina coltura, test biochimici e metodi molecolari. La PCR, in particolare, ha migliorato notevolmente la capacità di rilevare rapidamente ceppi encapsulati, supportando sia la gestione clinica che la sorveglianza epidemiologica globale coordinata da organismi come l’OMS e l’Istituto Superiore di Sanità [78].
Trattamento antibiotico e resistenza
Il trattamento delle infezioni da Haemophilus influenzae richiede un approccio mirato basato sulla gravità clinica, sul tipo di infezione (invasiva o non invasiva), sull’età del paziente e sui profili locali di resistenza agli antibiotici. La scelta dell’antibiotico deve considerare la crescente diffusione di ceppi resistenti, in particolare a farmaci come l’ampicillina e l’amoxicillina. I farmaci di prima linea variano a seconda della sede dell’infezione, con una netta distinzione tra forme invasive e infezioni delle vie respiratorie.
Terapia antibiotica empirica per infezioni invasive
Per le infezioni invasive, come Meningite, batteriemia, epiglottite o artrite settica, la terapia antibiotica empirica inizia immediatamente dopo il prelievo dei campioni biologici, senza attendere i risultati dell’antibiogramma. I farmaci di scelta sono le cefalosporine di terza generazione, in particolare ceftriaxone e cefotaxime, somministrati per via intravenosa [79]. Questi antibiotici sono altamente efficaci grazie alla loro buona penetrazione nel liquido cefalorachidiano e alla stabilità nei confronti delle β-lattamasi prodotte da molti ceppi di H. influenzae [33].
In caso di allergia alle cefalosporine, il cloramfenicolo può essere utilizzato come alternativa, specialmente nelle forme di meningite, sebbene il suo impiego sia limitato a causa del rischio di effetti collaterali ematologici, come l’aplasia midollare [79]. La terapia empirica deve essere riconsiderata non appena disponibili i risultati della coltura e dell’antibiogramma, per ottimizzare il trattamento e ridurre l’uso di antibiotici a spettro ampio.
Trattamento delle infezioni respiratorie non invasive
Le infezioni non invasive, spesso causate da ceppi non tipabili (NTHi), includono otite media, sinusite e esacerbazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Per queste forme, il trattamento prevede l’uso di antibiotici per via orale. L’amoxicillina a dosi elevate (80–90 mg/kg/die) è spesso utilizzata come prima scelta nei bambini, ma la sua efficacia è compromessa dalla resistenza [79].
In aree con alta prevalenza di ceppi produttori di β-lattamasi, il trattamento di prima linea è rappresentato dall’amoxicillina-acido clavulanico, in cui l’acido clavulanico inibisce le β-lattamasi, ripristinando l’attività dell’amoxicillina [16]. Questa associazione è particolarmente indicata nei casi di otite media ricorrente o sinusite acuta, dove il rischio di coinvolgimento batterico resistente è maggiore.
Resistenza agli antibiotici e meccanismi molecolari
La resistenza agli antibiotici rappresenta una crescente preoccupazione nella gestione delle infezioni da H. influenzae, con un aumento significativo della resistenza all’ampicillina e all’amoxicillina. Il principale meccanismo di resistenza è la produzione di β-lattamasi, enzimi che idrolizzano il ciclo β-lattamico degli antibiotici, rendendoli inefficaci [63]. In Francia, la prevalenza di ceppi resistenti è passata dal 27,7% nel 2017 al 61,4% nel periodo 2017–2021, evidenziando una tendenza in forte crescita [85].
Un secondo meccanismo, meno comune ma emergente, è rappresentato dai ceppi BLNAR (β-lactamase-negative ampicillin-resistant), che sviluppano resistenza attraverso mutazioni cromosomiche che alterano le proteine leganti la penicillina (PBPs), riducendo l’affinità per gli antibiotici β-lattamici [6]. Questi ceppi non producono β-lattamasi ma sono comunque resistenti all’ampicillina, complicando ulteriormente la terapia empirica.
Impatto della resistenza sulla scelta terapeutica
La crescente resistenza ha modificato le raccomandazioni terapeutiche, rendendo obsoleta l’uso dell’amoxicillina come trattamento empirico nelle infezioni gravi. Nelle forme invasive, le cefalosporine di terza generazione rimangono il pilastro del trattamento, garantendo una copertura adeguata contro ceppi resistenti [87]. In caso di infezioni non meningee, come celluliti facciali o pneumonie, l’amoxicillina-acido clavulanico può essere utilizzata, ma la sua penetrazione nel sistema nervoso centrale è insufficiente per le meningiti.
Il trattamento deve essere sempre adattato in base ai risultati dell’antibiogramma. Se il ceppo isolato è sensibile all’amoxicillina, è possibile effettuare un passaggio da terapia intravenosa a orale. In presenza di ceppi BLNAR o multiresistenti, potrebbe essere necessario il mantenimento di una cefalosporina di terza generazione o, in casi complessi, l’utilizzo di antibiotici alternativi sotto supervisione di un infettivologo [88].
Ruolo della sorveglianza epidemiologica
La variazione geografica e temporale della resistenza impone una sorveglianza continua dei ceppi isolati. In Francia, il Centro nazionale di riferimento per Haemophilus influenzae a Tolosa monitora l’emergere di ceppi resistenti e aggiorna le raccomandazioni terapeutiche in base ai dati epidemiologici locali [89]. A livello europeo, l’Agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) coordina la sorveglianza internazionale, fornendo dati essenziali per la gestione clinica e la politica sanitaria [39].
La resistenza agli antibiotici sottolinea l’importanza della vaccinazione come strategia di prevenzione primaria. Il vaccino coniugato anti-Hib ha ridotto drasticamente le infezioni invasive, diminuendo la necessità di antibiotici e rallentando l’emergere di ceppi resistenti [91]. Tuttavia, la persistenza di ceppi non tipabili (NTHi) e non b richiede un approccio integrato che combini vaccinazione, terapia mirata e sorveglianza globale per mantenere il controllo su questa importante patologia batterica.
Vaccinazione: strategie, efficacia e immunologia
La vaccinazione contro Haemophilus influenzae di tipo b (Hib) rappresenta uno dei successi più significativi della medicina preventiva del XX secolo. L’introduzione del vaccino coniugato ha determinato una drastica riduzione delle infezioni invasive a livello globale, trasformando Hib da principale causa di Meningite batterica nei bambini a una malattia ormai rara nei paesi ad alto reddito. Tuttavia, la protezione offerta è specifica per il sierotipo b e non si estende alle sierotipazioni non b o alle souches non tipabili (NTHi), che stanno acquisendo crescente rilevanza epidemiologica [1].
Meccanismi immunologici dei vaccini coniugati
Il successo dei vaccini anti-Hib si basa sulla tecnologia dei vaccini coniugati, che supera le limitazioni della risposta immunitaria immatura nei neonati e nei lattanti. Il polisaccaride capsulare di tipo b (PRP, polyribosylribitol phosphate) è un antigene T-indipendente, il che significa che da solo induce una risposta debole, di breve durata e priva di memoria immunitaria, soprattutto nei bambini sotto i 2 anni sistema immunitario [93]. Per superare questa limitazione, il PRP viene legato covalentemente a una proteina portatrice fortemente immunogenica, come il toxoide tetanico, il toxoide difterico o la CRM197 (una forma non tossica della tossina difterica) [94].
Questa coniugazione trasforma la risposta da T-indipendente a T-dépendente. Le cellule presentanti l'antigene (CPA) internalizzano il complesso PRP-proteina, processano la proteina e la presentano ai linfociti T CD4+ linfociti T. Questi linfociti T attivati forniscono segnali di co-stimolazione alle cellule B che hanno riconosciuto il PRP, portando a una risposta immunitaria robusta, caratterizzata da: produzione di anticorpi IgG ad alta affinità (invece di IgM), maturazione dell'affinità, formazione di cellule B di memoria e risposta anamnestica rapida in caso di esposizione futura al patogeno [95].
Induzione della memoria immunitaria e immunità di gregge
La risposta T-dipendente indotta dai vaccini coniugati è fondamentale per l'induzione di una memoria immunitaria duratura. Le cellule B di memoria specifiche per il PRP persistono a lungo nel corpo, garantendo una protezione prolungata anche quando i livelli di anticorpi circolanti diminuiscono nel tempo [96]. In caso di infezione da Hib, queste cellule vengono rapidamente attivate, producendo una massiccia quantità di anticorpi neutralizzanti che prevengono l'invasione batterica [97].
Un altro effetto cruciale della vaccinazione anti-Hib è l'immunità di gregge. La vaccinazione sistematica riduce drasticamente la circolazione del Hib nella popolazione, in quanto i bambini vaccinati diventano meno suscettibili a diventare portatori asintomatici nel nasofaringe [30]. Questo fenomeno limita la trasmissione del patogeno, proteggendo indirettamente anche gli individui non vaccinati o immunocompromessi, come i neonati troppo piccoli per essere completamente immunizzati. L'efficacia di questo effetto è stata dimostrata chiaramente in paesi come il Regno Unito, dove si è osservata una riduzione dei casi di meningite a Hib anche nei bambini non vaccinati dopo l'introduzione del programma vaccinale [99].
Valutazione dell'efficacia immunologica e biomarcatori di protezione
L'efficacia immunologica di un vaccino coniugato anti-Hib viene valutata principalmente misurando la risposta anticorpale umorale. La concentrazione sierica di IgG specifiche per il PRP, misurata con test come l'ELISA, è il principale biomarcatore predittivo di protezione [25].
Due soglie di concentrazione sono riconosciute a livello internazionale:
- 0,15 µg/mL: Correlato di protezione immediata contro le infezioni invasive, associato a un'efficacia prossima al 100%.
- 1,0 µg/mL: Indicatore di protezione a lungo termine, associato a una risposta immunitaria di alta qualità e a una memoria immunologica robusta [94].
Oltre alla concentrazione, vengono considerati anche altri biomarcatori, come l'avidità degli anticorpi IgG (che riflette la maturazione della risposta) e la presenza di cellule B di memoria specifiche, che assicurano una risposta anamnestica rapida anche in assenza di anticorpi circolanti elevati [102].
Schemi vaccinali e raccomandazioni
Gli schemi vaccinali attuali sono progettati per indurre una protezione precoce nei primi mesi di vita, quando il rischio di infezione invasiva è più elevato. Lo schema raccomandato dalla maggior parte degli organismi di salute pubblica, tra cui i CDC e l'OMS, prevede:
- Una serie primaria di 3 dosi ai 2, 4 e 6 mesi di età.
- Una dose di richiamo tra i 12 e i 15 mesi [103].
In Francia, lo schema è leggermente diverso, con la serie primaria ai 2, 4 e 11 mesi e un richiamo ai 15-18 mesi [104]. Il richiamo è fondamentale per consolidare la memoria immunitaria e garantire una protezione a lungo termine, poiché i livelli anticorpali dopo la serie primaria possono diminuire rapidamente [105]. L'efficacia clinica del vaccino dopo uno schema completo è superiore al 95% [25].
Limitazioni e sfide attuali
Nonostante il successo straordinario, il vaccino anti-Hib presenta alcune limitazioni. Non protegge contro le infezioni causate da altri sierotipi (a, c, d, e, f) o dalle souches non tipabili (NTHi), che sono ora responsabili della maggior parte dei casi di infezione invasiva in molti paesi, specialmente negli adulti e negli anziani [3]. Inoltre, segnali di allarme, come un aumento dei casi di malattia a Hib in bambini vaccinati in Francia tra il 2018 e il 2024 nonostante una copertura vaccinale superiore al 95%, suggeriscono possibili problemi di non-risposta vaccinale, di persistenza della protezione o di alterazione temporanea dell'immunità di gregge [108]. Questi eventi sottolineano la necessità di una sorveglianza epidemiologica continua e della ricerca su nuovi vaccini che possano offrire una protezione più ampia contro tutte le forme di H. influenzae.
Sorveglianza epidemiologica e impatto globale
La sorveglianza epidemiologica di Haemophilus influenzae è fondamentale per monitorare l’evoluzione dei ceppi batterici, valutare l’efficacia dei vaccini e guidare le politiche di salute pubblica a livello globale. Coordinata da organismi internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) e l’Agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), questa sorveglianza si basa su sistemi di notifica obbligatoria, caratterizzazione molecolare degli isolati e analisi dei dati di copertura vaccinale [3]. L’introduzione del vaccino coniugato anti-Hib nei programmi di immunizzazione infantile ha trasformato radicalmente l’epidemiologia della malattia, ma ha anche rivelato nuove sfide legate all’emergere di ceppi non b e non tipabili (NTHi).
Impatto globale della vaccinazione anti-Hib
L’impatto del vaccino coniugato contro il sierotipo b (Hib) è stato straordinario, con una riduzione superiore al 95% delle infezioni invasive in molti paesi ad alto reddito. Prima del 1990, Hib era la principale causa di Meningite batterica purulenta nei bambini sotto i 5 anni, con migliaia di casi annuali di meningite, epiglottite e batteriemia [30]. In Francia, ad esempio, il numero di casi di meningite a Hib è passato da circa 600 all’anno a soli 3-4 casi annui tra il 2012 e il 2016 [24]. Questo successo è stato possibile grazie a schemi vaccinali precoci, generalmente composti da due o tre dosi primarie seguite da un richiamo, che inducono una risposta immunitaria T-dipendente efficace anche nei neonati [25].
Tuttavia, la copertura vaccinale globale con la terza dose del vaccino Hib è stimata intorno all’84% nel 2023, con forti disparità regionali [113]. Nei paesi a basso e medio reddito, in particolare nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale, l’incidenza delle infezioni invasive a Hib rimane più elevata a causa di coperture vaccinali insufficienti, interruzioni delle catene di approvvigionamento e limitazioni delle infrastrutture sanitarie [114]. Iniziative come Gavi, l’Alliance du vaccin, hanno sostenuto l’introduzione del vaccino in oltre 50 paesi a basso reddito, proteggendo decine di milioni di bambini e prevenendo centinaia di migliaia di morti infantili [115].
Cambiamenti epidemiologici post-vaccinali e emergenza di ceppi non b e NTHi
Nonostante il successo contro Hib, la sorveglianza globale ha evidenziato un significativo cambiamento epidemiologico: i ceppi non b e i ceppi non tipabili (NTHi) sono diventati predominanti. In Europa, nel 2022, i ceppi NTHi rappresentavano il 73% dei casi di infezione invasiva a H. influenzae, mentre Hib costituiva solo il 9,1% [3]. Questo fenomeno è attribuibile al fatto che il vaccino anti-Hib non protegge contro gli altri sierotipi (a, c, d, e, f) né contro i ceppi NTHi, che non possiedono una capsula riconoscibile [25].
I ceppi NTHi sono ora riconosciuti come agenti patogeni respiratori di primaria importanza, responsabili di infezioni croniche o ricorrenti come otite media, sinusite e esacerbazione della BPCO [14]. Inoltre, stanno emergendo come causa di infezioni invasive, in particolare tra gli anziani e i pazienti immunocompromessi [119]. Questa transizione epidemiologica ha reso urgente la ricerca di nuovi vaccini mirati a proteine di superficie conservate comuni a tutti i ceppi, come le proteine della membrana esterna (OMP) o i fattori di virulenza condivisi [62].
Strategie di sorveglianza e strumenti molecolari
La sorveglianza moderna si avvale di strumenti molecolari avanzati per caratterizzare con precisione i ceppi circolanti. La tipizzazione capsulare, tradizionalmente basata sull’agglutinazione su vetrino, è stata affiancata e spesso sostituita dalla PCR in tempo reale, che permette una rilevazione rapida e sensibile dei geni specifici del locus capsulare (cap) [73]. La PCR consente di identificare direttamente il ceppo da campioni clinici (come il liquido cerebrospinale o il sangue), anche in pazienti già trattati con antibiotici, superando i limiti della coltura batterica [35].
Il sequenziamento del genoma intero (WGS) è diventato un pilastro della sorveglianza epidemiologica, permettendo non solo la tipizzazione fine (MLST, cgMLST), ma anche la rilevazione di geni di resistenza agli antibiotici (come blaTEM per la resistenza all’ampicillina) e l’analisi dei meccanismi di ricombinazione genetica [123]. Iniziative come SEQ4EPI in Francia integrano il sequenziamento nella sorveglianza routinaria per rafforzare la preparazione alle minacce infettive emergenti [124].
Rischio residuo e popolazioni vulnerabili
Nonostante l’elevata copertura vaccinale, persistono gruppi a rischio. I neonati tra i 3 e i 18 mesi, specialmente quelli non vaccinati o parzialmente vaccinati, rimangono i più vulnerabili alle infezioni invasive a Hib [125]. Inoltre, sono stati segnalati aumenti dei casi di malattia a Hib in paesi ad alto reddito come la Francia e il Regno Unito, nonostante coperture superiori al 95%, suggerendo possibili lacune nell’immunità di gregge o fenomeni di non risposta vaccinale [108].
Le persone immunocompromesse (ad esempio, con deficit anticorpali, splenectomia o malattie croniche come la drepanocitosi o la BPCO) sono a rischio aumentato di infezioni invasive sia da Hib che da NTHi [46]. Anche i portatori asintomatici, particolarmente comuni tra i bambini in età prescolare (con tassi che superano il 50% in contesti collettivi), giocano un ruolo chiave nella trasmissione del patogeno attraverso goccioline respiratorie [27]. La vaccinazione ha ridotto significativamente il portaggio di Hib, conferendo un effetto di protezione indiretta (effetto gregge), ma non ha lo stesso impatto sul portaggio di NTHi [6].
Conclusioni e prospettive future
La sorveglianza epidemiologica ha dimostrato che il controllo di H. influenzae richiede un approccio dinamico e adattativo. Mentre il vaccino anti-Hib ha quasi eliminato la malattia invasiva nei bambini nei paesi ad alto reddito, le sfide persistono nei paesi a risorse limitate e con l’emergere di ceppi non b e NTHi. La vigilanza continua, il potenziamento delle infrastrutture sanitarie, il miglioramento della copertura vaccinale globale e la ricerca di vaccini universali sono essenziali per mantenere i progressi sanitari acquisiti e affrontare le nuove minacce emergenti [130].